Certo
fu scritto – meglio, dettato
dalla voce rotta e commossa dell'autore – in soli nove giorni
all'indomani della liberazione dal lager, dopo che Frankl aveva
appreso dello sterminio della sua famiglia.
Ma Uno
psicologo nel lager è molto più di un “testo della memoria”.
Perché Viktor Franzl è uno psicologo, fondatore della
“logoterapia”.
E alla
psicologia già si era avvicinato prima della sua reclusione. Franzl
dunque visse il lager nazista da uomo sensibile alle ricadute sulla
psiche degli eventi più abnormi dell'esistenza. E in un tempo come
il nostro, post-fluido, confuso, disorientato, così drammaticamente
insidiato dalla depressione, il suo esile e come appena tratteggiato
racconto, così come la sua interpretazione di quanto si è succeduto
nella psiche della maggior parte dei detenuti nei campi di
concentramento o di sterminio nazisti, risulta quanto mai attuali. La
sua sensibilità, profonda e vitalissima, ha avuto il coraggio di
“vedere” lo stravolgimento dell'umano nel cui rischio sono
incorsi coloro che nei lager dovettero tentare di sopravvivere.
E
proprio questo sguardo superiore rende Uno psicologo nel Lager un
testo interessante per il lettore di oggi foss'anche non interessato
al genocidio perpetrato dai nazisti nel corso della Seconda Guerra
Mondiale. Sull'istanza cronachistico-narrativa prevale infatti
l'urgenza primaria di comprendere le cause e le conseguenze
dell'invadente disumanizzazione, e di intervenirvi per attenuarne gli
esiti più estremi.
Ecco
allora Frankl ricordarci l'importanza dell'immaginazione,
soprattutto quando essa è ricordo delle persone intensamente amate,
laddove incomba il pericolo dell'alienazione disperante;
dell'ostinata fiducia in un futuro differente, anche quando
l'annientamento pscilologico sembri rendere impensabile ogni
prospettiva di un domani diverso; della coscienza che, dopo la
liberazione fisica dai persecutori, si possa incorrere nell'incubo
della delusione e dell'amarezza a cui si può cedere od opporre la
ricerca di un senso alla sofferenza subita, la quale ne risulta
dignificata.
Retrospettivamente,
Frankl invita così a riflettere su come si possa vivere senza
abdicare alla propria umanità anche in situazioni estremamente
sfidanti. Per Frankl, e per molti suoi lettori, il dolore ha
acquisito un senso e ha insegnato la libertà di poter reagire
secondo se stessi alle concrete condizioni in cui la vita può
catapultare, per quanto possano essere stranianti. Ha insegnato la
responsabilità di fronte a ciò che pare un destino kafkianamente
immotivato e spietato. Ha insegnato che in questa responsabilità
risiede la massima forma di dignità umana: la libertà.
Ecco
perché Uno psicologo nel Lager si inserisce a ragione –
volendo – nella “letteratura del lager". Ma esso è molto
più di un tassello della nostra memoria storica e civile. È o può
essere un compagno o una guida nel nostro percorso di educazione
morale, un supporto e una luce quando ci si senta prigionieri, anche
se non fisicamente; ed è o può essere un memento su
come si possa trasformare anche il più impensato orrore in una tappa
costruttiva di un percorso esistenziale.
Credo
che, di là dall'ammirazione che l'uomo Viktor Franzl, coi limiti
umilmente dichiarati da lui stesso nel suo “diario” di
uomo-ricercatore, può e dovrebbe suscitare in noi, questo libretto
possa insegnare a un'era persa tra presente e passato come la
contemporanea non solo come qualcuno affrontò coraggiosamente il
passato, ma come noi possiamo gestire un inafferrabile presente.
Poiché
sta all'uomo, scrive Frankl, trasformare il proprio destino in
un'occasione di conquista interiore. Per l'autore, “vivere,
in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità
di rispondere […] ai problemi vitali” così come
imprevedibilmente si presentano, ancorandosi alla gioia del passato,
non rinunciando all'immaginazione del futuro, trovando un senso al
dolore, responsabilmente affrontando le difficoltà dell'esistenza
affermando la libertà di essere degni di vivere.
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