
Il
videoritratto,
realizzato grazie all'elettronica digitale con la tecnica del found
footage,
è un misurato e intenso sguardo, intimo e rispettoso insieme,
dell'autrice nota tanto per testi quali Vuoto
d'amore
quanto per la sua personalità libera e eccentrica e per la sua ricca
e sofferta biografia.
Ma è il mondo artistico di Alda Merini, seppure intrecciato in modo inestricabile alle sue vicende private, al centro del film della regista napoletana. È Alda Merini a parlare. È solo la sua voce che ascoltiamo, in un dialogo trasformato in un monologo concentrato, il cui montaggio è una delle testimonianze più evidenti della maturità di Antonietta De Lillo. Il risultato? Un film che calamita e catalizza intelligenza ed emozioni, ammirazione ed empatia.
Ma è il mondo artistico di Alda Merini, seppure intrecciato in modo inestricabile alle sue vicende private, al centro del film della regista napoletana. È Alda Merini a parlare. È solo la sua voce che ascoltiamo, in un dialogo trasformato in un monologo concentrato, il cui montaggio è una delle testimonianze più evidenti della maturità di Antonietta De Lillo. Il risultato? Un film che calamita e catalizza intelligenza ed emozioni, ammirazione ed empatia.
In
realtà, si dovrebbe parlare di rimontaggio.
Il materiale di La
pazza della porta accanto. Conversazione con Alda Merini
era, infatti, già stato utilizzato per la prova più sperimentale e
avanguardistica del 1995, Ogni
sedia ha il suo rumore.
Proprio quell'anno la regista aveva trascorso due giorni con la
poetessa, nella sua disordinata casa milanese, dalle 9 alle 18, in
compagnia di una vecchia
videocamera fissa alla stessa inquadratura
(oltre a una seconda, per garantire quei dettagli e variazioni di
prospettiva necessari in fase di montaggio).
In
quel suo primo lavoro, Antonietta De Lillo accampava la sua
personalità di regista e interprete creativa. Le parole della Merini
erano intervallate dalle performance dell'attrice Licia Maglietta,
che proprio allora portava sulle scene Delirio
amoroso.
Nella
Pazza
della porta accanto,
niente
più presenze altre o trasposizioni teatrali e barocche delle
lacerazioni brucianti di un dolore buio e disperato, da urlare e di
cui rappresentare la violenza tragica.
Le invadenze ermeneutiche sono minime e discrete. Nel film del 2013
vi è equilibrio. Colei che guarda e ascolta, non ha più la
necessità di esprimere sé (e la sua esuberante bravura e la sua
bramosia di sperimentazione) o di esaltare la drammaticità di
un'esistenza ferita con fuochi d'artificio visivi. La regista si fa
sguardo discreto e intelligente. Si fonde col montato e col
montaggio. Ed
è il documentario finito a diventare una conversazione.
Ne risulta un'incantevole giusta misura tra contatto e distanza,
avvicinamento curioso e inconoscibilità ammirata, coinvolgimento
intellettuale/emotivo e lontananza (inevitabile) rispetto all'artista
le cui parole restano altro da qualsivoglia tentativo di trasporle
visivamente.
Insomma,
qui si sta parlando di una poetessa e di una regista che meritano
entrambe attenzione. Ascoltare Alda Merini nutre e apre orizzonti.
Guardare i lavori della regista napoletana significa (ri-)scoprire.
Consiglio, anzi, di cercare entrambi i suoi lavori. È illuminante,
sotto moltissimi aspetti, il confronto tra le due prove. A
questo link,
intanto, potete avere un rapido assaggio della Pazza
della porta accanto. Conversazione con Alda Merini di
Antonietta
De Lillo.
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