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lunedì 4 agosto 2014

Docufilm - “Dangerous Acts Starring the Unstable Elements of Belarus” di Madeleine Sackler

Il documentario di Madeleine Sackler Dangerous Acts Starring the Unstable Elements of Belarus è dedicato al Belarus Free Theatre. Girato in condizioni difficilissime per eludere la censura (indispensabile è stato Skype), non so quando sarà visibile nelle sale italiane: al momento manca un distributore nel nostro Paese. Ma le cose potrebbero cambiare grazie allo scorso Biografilm Festival e ai riconoscimenti ottenuti nella sezione Concorso Internazionale dal film, che ha ricevuto il Best Film Life Tales Award e l'Audience Award. Per ora, Dangerous Acts è presentato nei festival di tutto il mondo e il Belarus Free Theatre ha messo in scena i suoi spettacoli in più di 40 Stati, ricevendo una straordinaria accoglienza soprattutto a New York e a Londra. Da noi, per fortuna, esiste il web.

Gli attori del “Teatro Libero della Bielorussia” sono stati costretti a fuggire sotto falso nome dal loro Paese, sono approdati a New York dove il loro Zone of silence si è guadagnato una recensione entusiastica dal New York Times. Alcuni di loro hanno poi deciso di tornare in Bielorussia per stare vicino ai propri cari. Altri hanno scelto la Gran Bretagna, dove hanno chiesto e ottenuto asilo politico.

giovedì 24 luglio 2014

Intervista a Gianni Biondillo: «L'Africa non esiste»

Ho avuto l’occasione di incontrare Gianni Biondillo al “Tagliere letterario”, il salottino culturale del Biografilm Festival. Il noto autore di gialli era a Bologna per la presentazione del suo ultimo libro, L'Africa non esiste (Guanda, 2014), che racconta cinque viaggi compiuti dallo scrittore rispettivamente in Uganda, Ciad, Eritrea, Etiopia ed Egitto al seguito di alcune ONG.
Il titolo è palesemente provocatorio: a non esistere è lo stereotipo di Africa diffuso dai mass media. L'Africa esiste eccome, e soprattutto esistono le persone che la abitano. L'Africa non esiste è dunque un libro contro i luoghi comuni, contro i pregiudizi, contro la malattia del «buonismo», ma anche un diario sui generis delle scoperte e degli incontri che l'autore ha sentito la necessità di condividere con noi. Con uno sguardo sensibile attento e attento, autoironia e profonda umanità, Biondillo ci invita a riflettere, mentre ci narra di quella «piccola Italia» che è Asmara, del lusso in cui vivono gli alti commissari ONU rispetto ai volontari entusiasti, dell'incantata natura africana e delle violenze inflitte a bambini soldati come Geoffrey e a spose bambine come Nighty. «Ora so che dell’Africa non sapevo niente, e che ora ne so anche meno», ha affermato lo scrittore. Non ho resistito a porgli qualche domanda.

Che significato assume per lei il viaggio?
La verità è che io sono un autore di libri di viaggio. Molti pensano che io scriva romanzi gialli. In realtà io ho sempre e soltanto scritto libri di viaggio. Il mio personaggio, l'ispettore Ferraro, in sostanza si muove per la città e racconta luoghi. Ci sono romanzi in cui i personaggi si muovono lungo lo stivale italiano. Ho fatto il giro delle tangenziali di Milano a piedi e ci ho fatto un libro. Perché io sono un architetto di formazione. Quindi il paesaggio è sempre il protagonista dei miei libri. Ovviamente ogni volta con modalità differenti. Anzi, se dovessi trovare una cosa che tiene insieme tutti i miei libri, credo che “viaggio” sarebbe la parola giusta.

lunedì 14 luglio 2014

Docufilm - “The White Soldier” di Danielle Zini

Chissà cosa sta pensando in questi giorni The White Soldier, che non è solo il titolo del film presentato in anteprima italiana allo scorso Biografilm Festival bolognese e che non sappiamo se avrà accesso nelle sale italiane, ma anche il personaggio che la regista Danielle Zini ha voluto filmare.

The white soldier è stato creato dall’artista performativo Yuda Braun, israeliano «non praticante» che ha servito nell’esercito del suo Paese. «Il fatto stesso che ognuno di noi sia tenuto a entrare nell’esercito, è qualcosa con cui siamo nati e cresciuti. Sì, a volte ho pensato che sarebbe bello essere in altri Paesi, ma d’altronde questa è la nostra realtà e dobbiamo confrontarci con essa, dobbiamo reagire in qualche modo ad essa», è stata la risposta della Zini a una delle domande che le sono state poste. La reazione di Yuda Braun è stata lasciare l’esercito e intraprendere un progetto artistico.

lunedì 7 luglio 2014

Docufilm - “Love Hotel” di Philip Cox e Hiraku Toda

Love Hotel è il titolo intrigante e facilmente fraintendibile del documentario presentato in anteprima europea allo scorso Biografilm Festival bolognese e replicato a grande richiesta di pubblico. La coppia di registi Philip Cox e Hiraku Toda, infatti, ha realizzato un film delicato, commovente, ricco di umanità, di empatia e di un sano desiderio di incontrare e conoscere l'altro.

Ribadiamolo, dunque. Di là dal titolo che si presta ad ambiguità, Love Hotel non è per chi cerchi scene pruriginose. Anche perché i love hotel giapponesi non sono case chiuse né i nostri motel da tangenziale. Sono spazi in cui si paga a ore e ci sono stanze a tema, bizzarre e colorate, questo sì. Saranno certo meta delle coppie più stravaganti e improvvisate. Ma non sono queste che vediamo nel documentario di Cox e Toda. Vediamo, invece, un anziano solo che, dopo aver guardato i film erotici proiettati nella sua camera, realizza di non essere stato «abbastanza gentile» con le donne che ha avuto. Incontriamo una coppia matura di media condizione socio-economica che cerca di rivitalizzare il suo rapporto e che, soprattutto, pare scoprire la nudità e trovare il coraggio di parlarsi senza veli solo tra le mura protette di un love hotel. Ci si stupisce di sentire i coniugi, sulla quarantina, chiedersi (per la prima volta? o da quando non se lo domandano?) se vogliono avere un bambino.

martedì 1 luglio 2014

Docufilm - “Ai Weiwei: The Fake Case” di Andreas Johnsen

Ai Weiei: The Fake Case (2013), diretto dal regista danese Andreas Johnsen, è il vincitore del premio come miglior documentario nella sezione Concorso Internazionale del Biografilm Festival 2014.

Nulla di sorprendente dal punto di vista filmico. Ma quanto accaduto all'artista cinese di consolidata fama internazionale a partire dalla sua scomparsa all'aeroporto di Pechino il 3 aprile 2011, doveva essere raccontato. Anzi, è lui a raccontarlo girando per casa come un animale in gabbia e attraverso le sue parole pacate e misurate, la sua attività intellettuale e artistica che poco per volta riprende slancio, le sue notti agitate interrotte da un paio d'ore di un sonno mangiato dagli incubi, i suoi vuoti di memoria e quella mano che strofina sugli occhi e sulla fronte per sciogliere invano una tensione che si trasmette anche a noi che lo guardiamo da uno schermo e in differita.

Ai Weiwei: The Fake Case si apre con l'uscita dal carcere dell'artista, subito assediato da giornalisti di cui dribbla le domande. Dicono che è dimagrito. Per 81 giorni è stato detenuto in una cella alla presenza costante di due guardie il cui lavoro era osservarlo. Lo conferma S.A.C.R.E.D., che approda alla Biennale di Venezia del 2013 dopo che sei container hanno fatto viaggiare in sei diverse parti del mondo le riproduzioni plastiche della cella e della prigionia dell'artista, che ha trascorso quasi tre mesi seduto ammanettato a una sedia con quattro occhi inchiodati su di lui, o steso su un letto con una sentinella al fianco che lo fissava, mentre l'altra marciava in diagonale per la stanza. Sottoposto a uno o due interrogatori al giorno. Nessuno con cui parlare. Niente su cui o con cui scrivere. Per 81 giorni.

lunedì 23 giugno 2014

Docufilm - “Lei disse sì” di Maria Pecchioli

È Lei disse sì ad aver vinto sia il Premio per il miglior documentario italiano sia il Premio del pubblico al Biografim Festival 2014. Si potrà essere o meno d'accordo, ma le ragioni del duplice riconoscimento ci sono.

Iniziamo con la storia, che racconta il percorso verso il matrimonio di Lorena e Ingrid (per metà svedese), dall'annuncio a parenti e amici fino all'evento speciale in una Svezia dalla natura splendente, in cui alle coppie omosessuali sono riconosciuti diritti fondamentali come l'unione civile e religiosa.

Lei disse sì ha poi un'interessante preistoria. È il successo di un processo crossmediale iniziato quando le due giovani hanno deciso di aprire un videoblog per raccontare il loro viaggio verso un matrimonio insieme privato e politico. Con allegria e qualche imbarazzo, hanno così cominciato a filmarsi, supportate dalla regista Maria Pecchioli. Al blog è seguita una pagina Facebook. Il suo successo di pubblico ha attirato l'attenzione del quotidiano «la Repubblica», che ha chiesto a Lorenza e Ingrid di tenere un blog in 2-d. A questo punto è iniziato il crowdfounding su Produzioni Dal Basso che ha portato alla realizzazione del documentario. Un bel percorso, tutto in ascesa oltre che ripetibile.

Perché tanto riscontro da parte del pubblico del web? Evidentemente riprendere un matrimonio lesbico, anzi il proprio matrimonio, genera curiosità, può essere fonte di rispecchiamento, ma soprattutto mostra gli effetti dei tabù culturali che l'arretratezza della società italiana non è ancora pronta a superare.

lunedì 16 giugno 2014

Docufilm - "The good life" di Niccolò Ammaniti

Si intitola The Good Life il documentario con cui Niccolò Ammaniti debutta alla regia. Per molto tempo, ha raccontato nella sua Masterclass rivolta agli studenti della Biografilm School venerdì scorso, hanno cercato di convincerlo a prendere in mano la videocamera, sempre senza successo. Ma alla fine qualcuno ci è riuscito: tre anni fa ha cominciato a prendere forma un progetto e lo scrittore ha accettato la proposta dell'ormai defunta Current di girare un documentario sull'India. Grazie all'intervento della casa produttrice Videomante, si è così arrivati a The Good Life, presentato in anteprima nazionale nella Sezione Italiana del Biografilm Festival 2014.

Diciamo subito che già la presentazione in puro stile Ammaniti è stata divertente e illuminante. Il Direttore del Festival Andrea Romeo ha scherzosamente rimproverato lo scrittore, la produttrice Erica Barbiani e il direttore della fotografia Stefano Saverioni perché retrocedevano troppo verso lo schermo rischiando di trovarsi a breve dietro le quinte. La produttrice si è giustificata con un sorriso: «siamo un trio così improbabile...». Come darle torto? Ma siamo nel mondo di Ammaniti, che poi con le sue battute ha subito introdotto gli spettatori all'atmosfera del suo documentario.

sabato 14 giugno 2014

Ecco i vincitori di Biografilm Festival 2014

Sono stati annunciati nella serata di ieri i vincitori del Concorso Internazionale del Biografilm Festival 2014 (di cui si parlerà ancora qui, prossimamente).

Piacevole sorpresa: per l'occasione, Skype ha permesso la consegna virtuale del David di Donatello a Roberto Minervini per il suo Stop the Pounding Heart, vincitore del premio come miglior documentario.
Il regista è infatti impegnato negli Stati Uniti con le riprese del suo prossimo lungometraggio incentrato sulla Louisiana del Nord, dove i fertilizzanti vengono riconvertiti in anfetamine. Insieme alla sua famiglia, sta dunque condividendo vite dure e violente. «Che riempiono e svuotano», ci ha detto dall'armadio dove si è rifugiato per non svegliare suo figlio. Attendiamo il lavoro finito...


Ma ecco i vincitori di Biografilm Festival 2014:

Menzione speciale a The Punk Singer di Sini Anderson (U.S.A., 2013)

Richard Leacock Award a Jalanan di Daniel Ziv (Indonesia, 2013)

Best Life Tales Award a Dangerous Acts - Starring the Unstable Elements of Belarus di Medeleine Sackler (U.S.A./Regno Unito/Bielorussia, 2013)

Best Biografilm Award a Ai Weiwei: The Fake Case (Danimarca/Cina/Regno Unito, 2013) di Andreas Johnsen

Celebration of lives Award a Jimi Hendrix: All Is By My Side (Regno Unito/Irlanda/U.S.A., 2013) di John Ridley


Stasera altro giro di premi, mentre le proiezioni continuano fino al 16 giugno. E dopo il 16 sarà il turno delle repliche. Occhio alla programmazione di Biografilm dunque.


martedì 10 giugno 2014

Docufilm - “Finding Vivian Maier” di John Maloof e Charlie Siskel

Finding Vivian Maier non è facile. Parola di John Maloof, giovanissimo storico di Chicago e regista, insieme a Charlie Siskel, del pluripremiato documentario presentato nella sezione Best of Fest di Biografilm Festival 2014. E che non sia facile non ci dispiace affatto. Del resto, grazie al nostro fortunato ricercatore, forse già conosciamo quanto basta della fotografa di strada che lo stesso Maloof ha casualmente scoperto nel 2007, quando comprò a una casa d'asta lo scatolone più grande in vendita quel giorno. Alla ricerca di materiali per un suo libro sulla storia di Chicago, non immaginava di trovare uno scrigno di foto e rullini mai sviluppati di un'artista di talento che, nonostante sia ancora snobbata da grandi istituzioni come il MOMA, sta ottenendo apprezzamenti entusiastici da parte del pubblico e di certa critica.

Sullo scatolone c'era solo la scritta “Vivian Maier”. Nessuna notizia su di lei era reperibile su Google. Ma i suoi scatti erano arte. Abituato a scandagliare materiali d'epoca, il ventiseienne Maloof se ne era accorto subito. Ma chi era la fotografa? Lo storico inizia la sua ricerca, di cui il documentario rende conto trasmettendoci tutto l'entusiasmo del ricercatore curioso.

lunedì 9 giugno 2014

"Jalanan" di Daniel Ziv in anteprima europea al Biografim Festival 2014

Jalanan, in gara al Concorso Internazionale di Biografilm Festival 2014, è costato al regista Daniel Ziv cinque anni di riprese per le strade di Jakarta. Fatti degni di essere raccontati non capitano ogni giorno, ci ha spiegato... Poi è seguito un altro anno e mezzo di lavorazione del film. Ma ne è valsa la pena: l'opera ha vinto il prestigioso Busan International Film Festival 2013, e ora è approdata a Bologna in anteprima europea.

Jalanan significa “Streetside” (“Dalla parte della strada"), che è la prospettiva adottata da Daniel Ziv. Trasferitosi a Bali 15 anni fa, il giornalista, studioso del mondo asiatico e appassionato di documentari, conosce certo l'Indonesia. Ma ha deciso di farla raccontare agli indonesiani. Almeno così ha affermato. E, dal punto di vista strettamente narrativo, possiamo essere d'accordo con lui.

Benché il documentario riveli chiaramente la sua firma, Ziv ha voluto “dare voce a chi dà voce”, cioè ai musicisti di strada. Ci ha rivelato che, prima di girare, non ha voluto stendere nessuna scaletta, né si è imposto messaggi preconfezionati da trasmettere. Ha anche escluso la possibilità di una voce fuori campo, troppo estranea al mondo della strada. Elemento di raccordo tra gli "atti" del film è, infatti, il panorama di una Jakarta immensa, schiacciata sotto un cielo ora infuocato ora di piombo, invaso da nuvole e tornado spettacolari e terrificanti che sostano, lassù, immobili.